Mahon su Caravaggio

Caravaggio. L’Immagine del Divino

di Sir Denis Mahon

Caravaggio autoritratto

Quando nel 2001 iniziò la mia collaborazione con RomArtificio, non avevo pensato che quell’inizio fosse il primo stadio di un cammino che sarebbe diventato lungo e duraturo. Ringrazio pertanto Roberto Celli, mio compagno di percorso, per aver condiviso con me questi anni di ricerche, di scoperte e soprattutto di entusiasmi che hanno prodotto dibattiti, scambi culturali, convegni ed esposizioni, alcune delle quali molto innovative, come non ricordavo se ne potessero organizzare dai tempi delle grandi rassegne bolognesi degli anni ‘60. Nel corso dei miei lunghi anni dedicati allo studio del Caravaggio, ricordo ogni particolare ed ogni emozione, dal rinvenimento del San Giovanni Battista nello studio del sindaco di Roma insieme a Carlo Pietrangeli, allora ispettore dei Musei Comunali; alla scoperta della seconda versione del Suonatore di Liuto, oggi a New York; al ritrovamento dei Musici nel 1952 insieme ai miei grandi amici Benedict Nicolson e David Carritt; al rinvenimento dei Bari (che si rivela ora la seconda versione) avvenuto nel 1986 in una collezione privata svizzera, ed oggi al Kimbell Museum di Fort Worth. Ricordo molto bene anche le battaglie degli anni sessanta quando – quantunque la percezione della pittura italiana del Seicento fosse migliorata rispetto agli anni trenta, quando intrapresi gli studi di questi grandi maestri – ogni proposta d’acquisto presso i musei britannici dovesse comunque passare al vaglio impietoso del Comitato dei Trustees e molto spesso subirne la decisione negativa, retaggio della scuola di pensiero del secolo precedente. Dalle finestre di Millbank dove trascorro ormai molto del mio tempo, la statua maestosa e gigantesca di Henry Moore ‘Locking Piece’ sulla riva del fiume mi ricorda il pomeriggio del 1970 quando corsi da lui pregandolo di interrompere il suo lavoro, per aiutarmi a persuadere il Comitato della National Gallery, di cui sia io che lui eravamo Trustees, ad acquistare la Salomè con la testa del San Giovanni Battista, un capolavoro assoluto che Caravaggio dipinse nel 1609, che riuscimmo ad ottenere grazie proprio al voto favorevole di Henry Moore, che si rivelò determinante per acquisire la maggioranza necessaria all’acquisto. Con mio grande rammarico, quantunque avessi partecipato ed anche contribuito a molte affascinanti vicende relative agli studi Caravaggeschi e ad alcune affascinanti scoperte di capolavori del grande Lombardo, non avevo purtroppo mai avuto la possibilità di acquistarne uno durante i miei lunghi anni di lavoro. La mia collezione, nel frattempo depositata presso musei italiani, inglesi ed irlandesi era pertanto destinata a rimanere priva di questo grande maestro. Avendo ormai raggiunto la ragguardevole età di 96 anni, mi ero già rassegnato l’anno scorso a non poter colmare questa lacuna e mi consolavo quindi con l’altrettanto piacevole scoperta di nuovi ristoranti dove, in lieta compagnia, spesso con Roberto Celli, si parlava di convegni, di progetti e di Caravaggio, soprattutto durante i nostri brunch domenicali al Rib Room. La scoperta della prima versione dei Bari, nel dicembre del 2006, è dovuta a un colpo di fortuna, avvenuto in un momento di attesa al ristorante, che ingannavo sfogliando un catalogo d’asta di quei giorni, e grazie alla collaborazione fedele di chi condivide le mie giornate. La stessa provenienza del dipinto, da un capitano inglese che già aveva posseduto I Musici, mi colpì e mi indusse a riesaminare certi aspetti.
Devo molto, anzi moltissimo, a Mina Gregori, la cui instancabile tenacia e profonda conoscenza del grande maestro, hanno permesso di fare luce determinante sull’opera.